
Questo estratto è una carrellata complessiva per farsi un'idea di quali difficoltà e possibilità offra ciascun settore in fotografia. Ti accorgerai, infatti, che è una benemerita favola che esista una "categoria" di fotografi, perché - come si spiega più avanti - i modi di fare il fotografo sono molti, e diversi fra loro.
Nel testo viene quindi fatta una rassegna su quello che puoi aspettarti da ciascuno dei settori più comuni: quanti soldi ti servono, quanti ne potresti guadagnare, che difficoltà di introduzione puoi trovare, quanto tempo ci vuole per partire, ed altre cose di questo genere.
Il testo è un estratto di una minima parte del "Manuale di Introduzione alla Fotografia Professionale" di TAU Visual. Ecco perchè, come vedrai, l'esposizione usa un "registro linguistico" - cioè un modo di esprimersi - molto più ufficiale e serio di quello a cui sei abituato dalle nostre comunicazioni e dai testi del nostro sito www.assistenti.com
Farsi un'idea delle difficoltà e possibilità di ogni settore non è poi una cattiva mossa, prima di dedicarsi anima e cuore ad un mestiere. Anche se...
Non esiste UN mestiere.
Ne esistono tanti: decine, tutti diversi fra loro. E non si parla di piccole sfumature di specializzazione, ma realmente di differenze assolutamente sostanziali.
Un fotografo di moda non ha sostanzialmente nulla in comune con un reporter di guerra. Un fotografo naturalista non ha la più pallida idea delle abilità necessarie ad un buon fotografo di matrimonio. Un fotografo pubblicitario sarebbe inadatto a qualsiasi situazione di vero reportage di cronaca. Eccetera eccetera...
Come sarà evidente analizzando ciascun settore professionale, anche la difficoltà di inserimento ed il rischio imprenditoriale sono di natura enormemente diversa, a seconda del settore.
In alcuni settori, infatti, è pressoché impossibile iniziare un’attività professionale degna di questo nome se non dedicando tutte le proprie energie per il raggiungimento dello scopo. Alcuni settori offrono eccellenti possibilità di introduzione, altri sono caratterizzati da una probabilità di fallire elevatissima. Ancora, in alcuni casi l’investimento in denaro è accessibile per un medio risparmiatore, mentre in altre situazioni per partire con sufficiente concorrenzialità occorrono disponibilità economiche molto significative.
Prima di coltivare le proprie predisposizioni artistiche in un certo settore con finalità professionali, dunque, è opportuno valutare se, al di là dell’aspetto romantico, si intende effettivamente affrontare quel genere di disagi, o si è disposti ad attendere i tempi medi di introduzione, o a sacrificare disponibilità economiche, e così via.
Le specializzazioni percorribili sono moltissime. Per schematicità di analisi e per non disperdersi in eccessiva frammentazione, analizziamo in breve le possibilità ed i limiti di dieci campi specifici, per poi tornare, con maggior dettaglio, sugli aspetti comuni a cinque “grandi aree”, comprensive di una o più specialità fra loro accomunabili per diversi aspetti.
Consideriamo, per amore di sintesi:
Per ciascuna specializzazione, si valuta:
cioè, quanto tempo credibilmente occorre dedicare all’attività professionale per attendersi una discreta introduzione ed un avviamento generale in grado di essere sostitutivo di un’altra attività retribuita.
Si considera inoltre con quanta gradualità è possibile l’introduzione nell’attività e, quindi, se si tratti di un settore che permetta di conciliare la coesistenza dell’attività professionale con altre attività, o meno.
non tutte le specializzazioni offrono pari possibilità nelle diverse zone d’Italia; si considera dunque l’opportunità di collocarsi in determinate zone, in funzione del tipo di specializzazione scelta.
quantità di denaro da destinarsi all’attrezzatura di base ed al lancio promozionale dell’attività.
Per mantenere attualità, il riferimento orientativo è stimato in proporzione ad uno “stipendio medio”, intendendo con questo la retribuzione media netta caratteristica orientativamente di un quarto livello impiegatizio.
indicazione della presenza o meno di un numero eccessivo di operatori nello specifico settore. Ferma restando una certa diffusa esuberanza di fotografi rispetto alle esigenze, ciascun settore professionale presenta diverse opportunità e differenti gradi di resistenza del mercato all’ingresso di nuovi professionisti.
cioè, con quanta preparazione media e con quale livello professionale si finisce con il doversi scontrare nel tentativo di introdursi nel settore.
percentuale media di possibilità di positiva introduzione nel settore e, conseguentemente, indice di rischio che l’impresa rappresenta.
potenzialità medie di guadagno tipiche del settore.
A meno che non espressamente indicato in altro modo, si menziona:
* Incasso o fatturato (cioè quanto si incassa dai clienti).
* Utile lordo, o guadagno lordo (cioè quanto resta dagli incassi una volta detratte le spese inerenti l’attività).
* Utile netto, o guadagno netto (cioè quanto resta dal guadagno lordo una volta pagate le imposte come imprenditori o lavoratori autonomi. Di fatto, è questo il compenso vero e proprio per il lavoro).
L’ammontare è sempre espresso, in forma indicativa, usando come unità di misura lo stipendio mensile medio netto in busta di un impiegato al quarto livello.
possibilità di sganciarsi dalla media di settore per evolversi in altri settori di maggior retribuzione o prestigio, o per eccellere nel proprio campo in modo significativo.
oggettivo interesse umano e professionale del settore, per un’attività di medio successo.
Per fotografia commerciale si intende la realizzazione di servizi fotografici destinati a cataloghi, depliant, stampati descrittivi o di promozione locale. Il genere fotografico prevalente è lo still life, cioè la realizzazione di immagini di studio, a cui si aggiungono una minoranza di riprese in esterni e di riprese animate (cioè con persone).
Si tratta di un genere che consente un’introduzione medio-lenta, dato che la concorrenza è relativamente agguerrita.
Essendo necessaria una discreta competenza tecnica e l’investimento di una certa somma (vedi punto c), il settore si presta piuttosto poco all’introduzione graduale.
Rende relativamente più lento il meccanismo di introduzione il fatto che molte delle attività nascenti, di fotografi professionalmente giovani ma poco formati sul piano imprenditoriale, tendono a svendere i loro servizi praticamente sottocosto, rovinando il mercato dei lavori più semplici ed abbordabili. Il problema con le relative conseguenze e soluzioni è affrontato nel terzo capito del Manuale.
Mediamente, è comunque valutabile un tempo di introduzione da due a quattro anni.
Dopo la fotografia per privati (matrimonio e ritratto), la fotografia commerciale è il settore di maggior universalità nell’introduzione. Fatta eccezione per alcune zone depresse al sud e per quelle spiccatamente agricole o montane, quasi tutte le province d’Italia sono adatte all’avviamento di un’attività fotografica commerciale.
Zone preferibili sono i bacini di utenza posti nelle vicinanze dei grandi centri (zone limitrofe a Milano, Torino, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, eccetera) e tutte le zone con buona concentrazione di piccole e medie imprese.
A dispetto di quanto non si creda comunemente, le grandi città, Milano in testa, non rappresentano una soluzione felice per l’insediamento di un’attività fotografica commerciale; se da un lato è infatti vero che in questi centri si trovano numerosissimi potenziali clienti, d’altro canto il numero di fotografi che propone i propri servizi a queste ditte è più che proporzionale al numero dei clienti, col risultato che la “fetta di torta” spettante a ciascun operatore è mediamente meno appetibile di quella caratteristica di zone meno centrali, purché mediamente attive.
Una delle zone più fiorenti per la fotografia commerciale è il triveneto nel suo complesso.
Per potere operare con una sufficiente concorrenzialità occorre dotarsi di un’attrezzatura di base per la ripresa in medio o grande formato, e di un minimo di parco luci (luce tungsteno in versione economica, o luce flash da studio in versione più dispendiosa, o luce continua a scarica HMI per l'uso di dorsi digitali a scansione, ancora più cara). L’investimento relativo minimo è pari ad una somma compresa fra cinque e quindici stipendi medi di un impiegato (o più, volendo).
A questi costi di base, affrontabili comunque anche tramite dilazioni o contratto di leasing, va considerato un costo minimo mensile pari a circa uno stipendio per le spese di gestione, di affitto, di costi di comunicazione, promozione ed altre voci collaterali.
Quasi tutte le zone ad alta densità industriale sono anche piuttosto inflazionate sul piano della presenza di fotografi professionisti. Come già accennato, è un errore il credere che le maggiori città, Milano in testa, rappresentino in assoluto la miglior postazione per un’attività di fotografia commerciale: ad una notevole concentrazione di ditte fà contrappunto una più che proporzionale concentrazione di fotografi, in clima di fortissima competizione fra di loro. Nei piccoli centri, peraltro, è piuttosto radicato un clima di continuo ribasso delle tariffe, ovviamente deleterio alla corretta conduzione dell’attività.
Mediamente parlando, il settore specifico della fotografia commerciale può dirsi piuttosto pesantemente inflazionato. Il sempre rinnovato spazio per l’introduzione di altri professionisti deriva dalla possibilità che il nuovo arrivato “scalzi” un professionista già attivo, ma di scarsa capacità.
Sulla piazza di Milano il paragone avviene con il meglio dell’attività europea. Si tratta dunque di una situazione aspramente concorrenziale, e con parametri di confronto elevati. Il fotografo che sappia realizzare semplicemente delle buone immagini di still life, tecnicamente e compositivamente corrette non ha grandi possibilità di introduzione, se non ad un livello medio o medio-basso di pura esecuzione. D’altronde, è praticamente solo su Milano che diviene possibile confrontarsi con le applicazioni più interessanti.
Nelle altre grandi città fotograficamente attive (Firenze, Roma, Verona, Torino, Bologna), la concorrenza è dinamica, ma di portata più accettabile. In queste zone è sensato il paragone anche fra fotografi di media levatura.
Nelle zone maggiormente periferiche (includendo in queste anche centri decisamente aattivi dal punto di vista industriale), la concorrenza è distribuita su un livello medio che permette ad un fotografo di buona capacità di eccellere sul piano qualitativo, staccandosi dalla normalità e trovando spazi di buon respiro. Resta comunque attivo il problema della concorrenza sul fronte dei prezzi, cui già prima si accennava; pur essendo una difficoltà insita nel genere di mestiere e diffusa in tutte le zone, raggiunge livelli fastidiosi proprio nelle zone più provinciali, nelle quali il cliente spesso non è abituato a distinguere ed a valutare correttamente i diversi livelli di professionalità.
Per questo motivo, spesso si finisce con l’eccellere qualitativamente, senza che a questa oggettiva superiorità possa corrispondere un livello retributivo effettivamente più elevato, data l’aspra tendenza al ribasso dei prezzi, innescata dai professionisti meno capaci o meno realisti sul fronte dell’impostazione della propria strategia dei prezzi.
La fotografia commerciale è un settore a rischio medio.
La percentuale di fallimento (inteso come mancato raggiungimento dell’obiettivo prefisso) è mediamente del 15-18%.
Si raggiungono punte del 30% per le attività lanciate su Milano, mentre si scende ad un 10% nei centri medio-piccoli.
La normale, corretta impostazione dell’attività, in cinque-sette anni dovrebbe portare ad un fatturato annuo pari a circa sessantacinque - cento stipendi medi; questo livello di incassi, detratte le spese di gestione (mediamente elevate) e le imposte sulla quota lorda di utile si avvicina abbastanza ad un utile netto di fatto paragonabile a quella di 15-25 stipendi/anno, o poco più.
In caso di buona affermazione dell’attività, la quota di fatturato si può innalzare fino a circa raddoppiare, comportando un aumento più che doppio degli utili relativi (per un ovvia maggior distribuzione delle spese generali).
Nei primi anni di affermazione della fotografia commerciale (anni ‘60 - ‘70), essere dei validi fotografi significava aver posto le basi per un’evoluzione professionale nella maggior parte dei casi molto interessante.
Attualmente, le possibilità di particolare evoluzione sono enormemente inferiori. Come accennato, l’85 - 82% raggiunge l’obiettivo di un corretto avviamento; circa il 20% può contare su di un’affermazione superiore alla norma, con un raddoppio della quota di fatturato. Meno del 5% passa a livelli oggettivamente superiori, evolvendosi con successo verso altri settori di specializzazione, od acquistando quote di mercato di reale preminenza.
L’interesse della fotografia commerciale sta, sostanzialmente, nella varietà delle attività collaterali connesse alla normale gestione della professione. Lo spazio per la creatività vera e propria è abbastanza ridotto, ma non nullo come alcuni potrebbero pensare.
Solitamente, tuttavia, gli interessi culturali e creativi vanno incanalati (ed è una mossa da prendere in seria considerazione) nella continua ricerca personale.
Col termine “fotografia pubblicitaria” intendiamo descrivere in queste pagine la branca professionale che si occupa della realizzazione di immagini destinate a pagine pubblicitarie ed affissioni, e che rappresentino la concretizzazione di investimenti promozionali con budget alto o medio-alto.
La divisione di questa branca da quella precedentemente trattata (fotografia commerciale) è solo apparentemente fittizia: in realtà è abbastanza sostanziale.
Per certi versi, è vero che la fotografia pubblicitaria sembra essere la normale integrazione della fotografia commerciale o, forse, semplicemente come un’applicazione specifica di quest’ultima.
Tuttavia, in moltissimi casi i due mondi tendono a separarsi, finendo col generare una vera e propria specializzazione a se stante (basata anche sulla diversità delle competenze e delle tariffe), tale che raramente il fotografo pubblicitario dedica molto tempo alle immagini più apertamente commerciali, e forse ancor più raramente il fotografo commerciale riesce a garantirsi lavori pubblicitari veri e propri.
Anche le regole di mercato mutano a questi due differenti livelli, consigliando di trattarli separatamente, come è stato fatto.
Si tratta di un fattore pesantemente aleatorio.
Mediamente, il tempo necessario ad una discreta affermazione è piuttosto lungo (dai 5 ai 10 anni), ma le eccezioni sono numerosissime e significative. I fattori in grado di arrestare od accelerare l’introduzione sono in buona misura imponderabili ed indipendenti dalla statura professionale del fotografo, tanto e vero che moltissimi professionisti di buone capacità stentano a decollare in questo settore o non vengono neppure notati, mentre un numero non indifferente di professionisti già introdotti non ha - oggettivamente parlando - delle qualità molto superiori a quelle di altri colleghi.
Di base, è indispensabile una reale padronanza del mezzo, oltre che una discreta dose di creatività dalle concrete applicazioni commerciali (cioè un gusto non eccessivamente riconoscibile e monotono). Una buona personalità e, spesso ma non sempre, una competenza per un settore bene specifico sono fattori d’aiuto. Pressoché indispensabile è il lavorare su Milano od in un’altra piazza molto significativa.
Uno dei più frequenti motivi di delusione dei professionisti di livello medio-alto operanti in zone mediamente periferiche (come città, ad esempio, delle dimensioni di Bologna, Prato, Pescara, ecc) è la constatazione che, pur essendo in grado di offrire servizi effettivamente di livello elevato, quando si tratta di considerare le campagne pubblicitarie più interessanti - sia professionalmente che economicamente - i clienti tendono a gravitare sempre su Milano.
Nonostante venga offerta praticamente “in casa” una fotografia di pari qualità, è difficile far accettare al cliente l’idea di servirsi di un professionista locale.
Il fenomeno è fastidioso, ma innegabile ed ormai radicato.
I motivi di questo stato di cose vanno ricercati in due differenti componenti, uno di carattere oggettivo ed uno di carattere soggettivo.
a) Sul piano oggettivo, molto spesso l’agenzia pubblicitaria investita della responsabilità di curare gli interessi del cliente che si affida ad essa preferisce “giocare sul sicuro”, servendosi di professionisti di chiara fama, noti a livello nazionale, per poter dimostrare al cliente di avere utilizzato per la sua pubblicità il meglio di quanto il mercato era in grado di offrire. Così, anche se l’immagine fotografica necessaria alla campagna avrebbe potuto effettivamente essere realizzata anche da un fotografo disponibile nelle vicinanze, l’agenzia preferisce rivolgersi ad un “nome” famoso sulla piazza di Milano (o altre piazze europee), in modo che non possa essere assolutamente contestabile la sua scelta.
In questi casi, avrebbe ben poca importanza risparmiare qualcosa sulle prestazioni del fotografo, se questo risparmio potesse significare per l’agenzia il rischio di sentirsi rimproverare di non avere scelto l’optimum.
b) Sul piano soggettivo, invece, interviene semplicemente un fattore di “snobismo”, in virtù del quale il cliente appare essere gratificato all’idea di servirsi delle prestazioni di un professionista esterno; il fenomeno si ripete con identica configurazione anche a danno dei professionisti affermati operanti su Milano, i quali - per numerosissime campagne importanti - si vedono spodestati e superati da altri fotografi di Parigi, Londra, New York. Se Milano è il centro della pubblicità italiana, resta pur sempre la “periferia” su scala mondiale, e non è raro che, per lo stesso meccanismo visto al precedente punto, il lavoro venga passato ad un fotografo straniero affrontando anche i costi di trasferta, anche se sulla piazza si sarebbe certamente potuto trovare un professionista di pari capacità.
Indipendentemente dalle cause, tuttavia, la difficoltà dell’avviamento in periferia di un’attività fotografica pubblicitaria ad alto livello è un dato di fatto; la quasi totalità delle iniziative in questo senso è destinata a colpire l’obiettivo più in basso delle aspettative del fotografo.
Concretamente, pur essendo possibile lavorare per il settore pubblicitario anche al di fuori di Milano, occorre aspettarsi una continua “fuga” di molti dei lavori interessanti verso questa città, anche se lo studio fotografico periferico fosse in grado di offrire servizi di qualità uguale o superiore a quelli ottenibili a Milano.
L’attività di fotografo pubblicitario è dunque avviabile nelle zone di maggior vivacità pubblicitaria (oltre a Milano, molto distaccate seguono le province di Torino, Roma, Bologna, Firenze, Verona, Treviso, Padova, e altre). In ogni caso, bisogna attendersi da queste ultime zone una risposta d mercato che collocherà lo studio con ogni probabilità a cavallo fra la fotografia commerciale e quella pubblicitaria, rendendo necessaria per lo meno l’attività di un agente sulla piazza di Milano volendo incrementare e potenziare quest’ultima componente.
Gli investimenti necessari sono, di base, gli stessi contemplati per la fotografia commerciale (vedi).
Unicamente, va aggiunta - con buona probabilità - una maggior durata dell’investimento prima che possa rientrare produttivamente, e costi di rappresentanza generalmente più alti.
Il mercato della fotografia pubblicitaria non si può definire “saturo”, dato che si autolimita.
Di fatto - e per la definizione che ci siamo dati di questo settore - il novero dei fotografi effettivamente definibili come “pubblicitari” corrisponde per certi versi alla frangia più affermata dei professionisti, ed il numero di questi si dilata o si restringe automaticamente in funzione delle tendenze di mercato.
Le fortune di questo settore fotografico sono intimamente e profondamente connesse alla contingenza economica. In fase di recessione industriale si assiste ad una significativa contrazione del mercato dei fotografi pubblicitari, ed una riduzione del fatturato di ciascuno di essi. Viceversa, in fase di boom economico (anche settoriale), si assiste ad un’espansione della branca specifica.
Curiosamente, ma in modo molto sintomatico di questo legame, l’andamento della fotografia pubblicitaria segue grossomodo la curva a media mobile a 180/360 giorni dell’andamento dell’indice MIB (indice di borsa).
La competizione avviene sempre a livelli elevati, dato che il cliente orienta la sua scelta su di una rosa di offerte rilevanti su piano nazionale e, a volte, internazionale.
La competizione, dunque, avviene fra concorrenti di statura professionale molto significativa.
Per ovvio corollario di quanto descritto, la percentuale di riuscita è bassa, assestata sempre sotto il 10% delle attività.
Sul fronte economico, un’attività effettivamente improntata alla fotografia pubblicitaria offre eccellenti possibilità.
I compensi sono decisamente superiori a quelli di molti altri settori fotografici, in quanto leggermente proporzionati alla rilevanza dell’investimento pubblicitario sopportato dal cliente.
In una media gestione annua, questo si traduce in una quota di fatturato oscillante mediamente fra 70 e 200 stipendi-medi e più. L’utile lordo oscilla fra i 30 ed i 120 stipendi-medi (il netto, cioè ciò che resta una volta pagate le imposte, è circa la metà di questo lordo). Ovviamente, i professionisti di maggior successo - gli operatori di fama - in alcuni casi superano abbondantemente questa media.
Indipendentemente dal fatturato, iIl margine di utile è maggiore nei casi di attività sviluppate "verticalmente" incentrandole sull'abilità, la notorietà e la figura professionale del fotografo, mentre l'utile si autolimita un po' nel caso delle attività sviluppate "orizzontalmente", e cioè basandole sulle dimensioni della struttura, della sala posa, dell'attrezzatura e sul numero di addetti.
L’evoluzione più frequente è il passaggio alla regia in campo pubblicitario, estendendo così i propri interessi all’immagine in movimento. Regia e direzione della fotografia sono funzioni che richiedono un’integrazione delle competenze del fotografo, e che derivano spesso da formazione cinematografica o di altra estrazione.
Al di là dell’aspetto economico, per certi versi allettante, l’attività del fotografo pubblicitario trova i suoi elementi motivanti nella dinamicità e nella vivacità intellettuale del fotografo stesso. In sé, il lavoro, se non guidano con un poco di piglio e di creatività, rischia di divenire abbastanza ripetitivo, spesso vincolato dai dettami creativi di clienti ed agenzie.
Fanno eccezione i fotografi il cui estro e la cui inventiva rendano le loro prestazioni interessanti per le agenzie, proprio perché in grado di sopperire alle mancanze di idee degli art director che si trovino in fase poco brillante.
La fotografia di moda è il settore che più spesso affascina operatori e non, attraendo come un miraggio di successo professionale.
Alla formazione di questa sensazione ha certamente contribuito quella “finestra” di boom della moda italiana verificatasi a cavallo degli anni ottanta, periodo durante il quale l’espansione e la fortuna contingente del fenomeno italiano del pret-a-porter ha generato imperi economici attorno agli stilisti e figure da mito attorno a fotografi addetti ai lavori in quel settore.
Ridimensionatosi il fenomeno di mercato, l’alone di fascino legato al settore di specializzazione si è ridotto, pur lasciando un’indelebile traccia di interesse a moltissimi livelli.
Riuscire a considerare con oggettività le possibilità e la portata di un eventuale passo in questa direzione può essere utile tanto al professionista in cerca di evoluzione quanto al neofita in cerca di una prima specializzazione.
Il settore della fotografia di moda è il regno dell’imponderabile.
Il mercato è in realtà abbastanza ristretto (pochi operatori economici di rilievo), e notevolissima è la percentuale di aspiranti fotografi nel settore.
Il tempo di introduzione, di conseguenza, è mediamente uno dei più lunghi; la media, tuttavia, risulta allungata dal fatto che sono frequentissimi i casi di insuccesso quasi totale, nei quali vengono spesi anni ed anni nel bussare a porte che di fatto non si apriranno mai. Per contro, abbastanza frequente è il caso di carriere fulminanti, partite (e spesso anche bruciate) nel giro di due o tre anni.
Pane al pane e vino al vino. In questo settore, ove la sproporzione fra offerta e domanda è enorme, la conoscenza personale di qualche addetto ai lavori ha un’importanza veramente decisiva nel rendere accettabile il tempo di introduzione o, addirittura, nel rendere possibile tale introduzione. Se da un lato è vero che la “spintarella” non è sufficiente per mantenere sulla breccia un fotografo che, dopo si dimostrasse incapace ed indegno della fiducia accordata, dall’altro bisogna ammettere che il meccanismo della conoscenza diretta è in assoluto quello mediante il quale più frequentemente si accede a qualche lavoro interessante, in grado di innescare la spirale dell’evoluzione professionale. Per conoscenza personale non si intende necessariamente il grado di parentela con la redattrice di moda, ma anche tutte le conoscenze occasionali maturate in ambiente collaterali al lavoro. E’ da questa considerazione che nasce una particolare vivacità degli ambienti “mondani” orbitanti attorno alla moda ed alla creatività collegata: sono contatti utili alla professione, oltre che stimolanti sul piano creativo e cognitivo delle tendenze.
Prendendo a prestito una definizione filosofica, la conoscenza personale è condizione necessaria ma non sufficiente. Meglio: non sufficiente, ma necessaria.
Aspirando ad una reale specializzazione nella fotografia di moda, in Italia la scelta deve obbligatoriamente cadere sulle zone di Milano, Firenze, Roma.
Interessanti specializzazioni intermedie (a cavallo fra la fotografia di moda vera e propria e quella di moda-commerciale) si ottengono anche operando in molte zone del Veneto, della pianura Padana, della Toscana, di alcuni punti del centro Italia, e marginalmente nel biellese, nel comasco ed in bacini di utenza simili: zone, cioè, nelle quali una discreta concentrazione di industrie manifatturiere specializzate in alcune fasi della lavorazione riesce a fornire la possibilità di un leggero orientamento della fotografia commerciale verso il versante merceologico legato alla moda.
L’investimento strettamente necessario è minimo.
Le attrezzature possono spesso essere limitate ai formati inferiori, gli studi fotografici vengono soventemente presi a nolo, in molti casi l'illuminazione può essere fatta anche servendosi di luce ambiente e, soventemente sono supportati da un largo uso di luce diurna e luce mista.
Così, il minimo indispensabile è acquistabile con un investimento di cinque o sei stipendi-medi.
Ovviamente, un buon teatro di posa allestito con limbo in muratura, attrezzature complete ed illuminazione flash o continua a scarica viene a costare, per contro, anche l’equivalente di ottanta e più stipendi-medi.
E’ uno dei settori più saturi in assoluto, battuto in negativo solo da alcune frange della fotografia editoriale e di viaggio.
Il rapporto domanda-offerta è patologicamente sproporzionato, il che favorisce marcati fenomeni di inflazione dei componenti.
Ci si trova dinnanzi a concorrenti di preparazione molto differenziate. Alcuni professionisti della fascia superiore hanno oggettivamente preparazione e creatività di parecchio superiori alla norma.
E’ tuttavia frequentissimo, molto di più di quanto non avvenga per gli altri settori, imbattersi in fotografi assolutamente privi di spessore tecnico e spesso anche culturale, tanto italiani quanto stranieri, attivi sul mercato in virtù di quanto descritto al punto a).
Il settore della fotografia di moda è quello per il quale maggiormente si risente della concorrenza straniera. Basta poco, in termini di competenze e di attrezzatura, perché uno straniero possa lavorare in Italia. La nostra legislazione molto farraginosa e possibilista ed una certa diffusa esterofilia fanno il resto.
Minime.
A differenza di altri settori, non sono rilevabili percentuali affidabili, dato che è assai arduo censire i tentativi in questo settore.
Per estrapolazione e proiezione, si può comunque indicare la percentuale di effettiva riuscita inferiore al 5%.
Migliori possibilità (intorno al 40%) per un’introduzione nel settore marginale della fotografia di moda/commerciale (vedi punto b).
Mediamente parlando, e riferendosi ad un’attività abbastanza correttamente impostata in una zona adatta, il livello di fatturato annuo è paragonabile a quello proprio della fotografia commerciale, ma con una percentuale di utile molto più consistente. A differenza, infatti, di quanto non capiti per i settori più strettamente commerciali, la fotografia di moda comporta un “valore aggiunto” più elevato della media, contando su un numero relativamente ristretto di lavori, che offrono tuttavia una marginalità di utile più ampia del consueto.
Le maggiori “punte” di redditività verso l’alto spostano in rari casi gli incassi oltre i cento stipendi-medi all’anno.
Se piuttosto scarse sono le possibilità di reale introduzione nel settore, conseguentemente inferiori sono quelle di reale successo. In sostanza, è abbastanza frequente il caso per il quale il fotografo specializzatosi in moda resti confinato, in ogni caso, ad una sorta di anonimato professionale.
Tuttavia, nei casi in cui la preparazione professionale e la situazione contingente si incontrino positivamente, il successo e l’evoluzione professionale sono parecchio interessanti, sia sul pianto economico che su quello professionale.
Difficilmente un fotografo di moda si orienta verso la regia, ma è abbastanza facile che gli vengano aperte strade collaterali di un certo prestigio.
A compenso della difficoltà di introduzione (ed in parte, proprio in dipendenza di questa), l’interesse professionale nel settore è fra i migliori in assoluto.
Concretamente, ad un buon avviamento corrisponde un lavoro vario, a contatto di persone interessanti, con un discreto prestigio professionale.
La creatività non è solo accettata, ma richiesta.
La proporzione di “valore aggiunto” nelle immagini prodotte è molto significativa, consentendo gli ampi margini di utile cui si faceva cenno poc’anzi.
Con il termine “fotografia free lance e tramite agenzia” NON intendiamo definire, in questo testo, la fotografia di reportage sociale e di cronaca, espressamente descritta più avanti.
In questa presentazione si fa cenno alla “fotografia free lance” intendendo quella frangia di produzione di immagini che avviene senza committenza diretta, cioè senza avere un cliente che in specifico commissioni il lavoro per sé; dunque, tutte quelle produzioni eseguite dal fotografo di sua spontanea volontà, per poi proporle ai potenziali clienti, editoriali o commerciali.
Specialmente per gli utilizzi commerciali, il contatto diretto fra fotografo e cliente sarebbe pressoché impossibile - per questo genere di fotografia - se non esistesse la mediazione di agenzie d’archivio che, trattenendo in deposito le immagini di molti fotografi, le propongono ai potenziali clienti, incassando il compenso per la pubblicazione per stornare poi una cospicua percentuale al fotografo autore dell’immagine (solitamente, al fotografo va dal 40 al 70% della cifra pagata dal cliente all’agenzia. La media e' del 50%).
Le immagini prodotte possono (e devono) essere dei generi più disparati: spiagge assolate, belle ragazze, uomini impegnati nei loro lavori, bambini, coppie, paesaggi spettacolari, immagini d’effetto, reportage non legati alla stretta esigenza di cronaca, immagini di costume, e così via.
Ci si riferisce dunque a questo genere di fotografia quando in questo testo si parla di fotografia free lance.
Più che di tempo di introduzione vero e proprio si dovrebbe parlare di un “tempo di avviamento”. Caratteristica di questo modo di lavorare - molto diffuso e conosciuto all’estero, ma abbastanza inconsueto in Italia - è infatti quello di accumulare un cospicuo numero di immagini da archivio, contando non solo e non tanto sull’immediata vendibilità del servizio che si sta realizzando di volta in volta, quanto sull’utilizzabilità anche delle singole immagini, da parte di più clienti in tempi successivi.
Per questo motivo, e per il fatto che nella maggior parte dei casi queste immagini vanno affidate ad un’agenzia, non ci si deve più basare sul fatto di essere “conosciuti” dai clienti, quanto sul potere contare su di un proprio insieme di immagini tanto ampio da consentire delle valide vendite, abbastanza frequenti da rappresentare un vero lavoro.
Non è possibile indicare dati assoluti, poiché la vendita delle immagini è legata anche a fattori soggettivi (qualità delle foto, pertinenza col mercato, introduzione dell’agenzia), oltre che oggettivi.
Mediamente, tuttavia, occorrono circa 10.000 immagini (contando anche le varianti utilizzabili e differenziate dello stesso scatto, come sarà spiegato) per poter iniziare a vedere i frutti concreti del proprio lavoro. Con 3.000-4.000 immagini si possono avere le prime vendite, ma niente di davvero continuativo e sostanzioso.
Tradotto in termini di tempo, occorrono dai due ai cinque anni perché l’attività vada “a regime”, potendo eventualmente sostituirne un’altra.
Ciò che, tuttavia, è particolarmente interessante e caratteristico solo di questo genere di fotografia è la possibilità di iniziare l’attività dedicandosi ad essa con un impegno part-time, ad esempio a metà tempo.
Pur essendo necessario un impegno serio e costante (le immagini da realizzare devono essere di significativa qualità, e non poche), non esiste quasi il fattore tempo dettato dal cliente. Il fotografo, in una parola, dosa il suo tempo e la sua attività in funzione delle proprie esigenze, e non di quelle del cliente.
Ad attività avviata, questo vantaggio di introduzione “progressiva” si traduce in un tipo di impegno cadenzato dai ritmi dettati dal professionista, e non dal mercato. Desiderando lavorare da mezzogiorno a mezzanotte, nessuno impedirà di decidere il periodo delle proprie ferie per il mese di maggio o di gennaio, invece che in agosto, come i più sono costretti.
Altro indiretto vantaggio di questo genere di fotografia è l’attuabilità senza particolari limiti geografici.
Evidentemente, risultano favorite quelle attività condotte in vicinanza dei grandi centri di distribuzione (ancora una volta, Milano in testa, seguita da Roma e Torino), ma si tratta di un’agevolazione minima, se rapportata agli scompensi di fattibilità propri di altri settori professionali.
Di fatto, il free lance che lavori tramite agenzia deve periodicamente visitare la o le sua/e agenzia/e, sia per l’apporto di nuovo materiale, sia per scambiare qualche parola con i responsabili, ed eventualmente controllare di tanto in tanto gli estratti conto.
Tuttavia, tutto ciò si traduce in uno spostamento ogni tre, quattro mesi, tranquillamente abbinabili ad altri “giri” programmati per le riprese.
L’investimento minimo iniziale è molto ridotto. La quasi totalità delle immagini destinate all’archivio va realizzata in 35mm, e dunque un buon corredo di questo genere è tutto quello che occorre come attrezzatura indispensabile.
Col tempo, si aggiungeranno nuovi corpi macchina e, soprattutto, nuove ottiche ed accessori che consentano una buona diversificazione delle immagini realizzate, come anche l’allestimento di una piccola sala di posa; tuttavia, il costo maggiore resta quello legato al consumo di materiale invertibile ed al suo sviluppo. Il costo è comunque dosabile in funzione delle disponibilità, e diluibile nel tempo.
Viaggi e spostamenti possono talvolta essere utili, ma il più delle volte non ha senso spostarsi - spendendo - per fotografare cose che altri fotografi stranieri hanno a portata di mano, senza spendere tempo e denaro.
Eccellenti fotografie da free lance si realizzano senza alcun particolare viaggio. Numerosi validissimi professionisti del settore non si spostano praticamente mai dalla loro città.
In Italia i professionisti orientati verso questo genere di produzione fotografica sono relativamente pochi, in rapporto all’estensione del fenomeno sul mercato.
Sull’intero mercato fotografico, quote oscillanti fra il 30% ed il 70% (fotografia editoriale) e stabilizzate attorno al 35% (fotografia commerciale) sono mediate dalle agenzie d’archivio; eppure, i fotografi italiani realmente specializzati nel settore sono ancora in proporzione molto meno. Tutta la quota di carenza viene assorbita dalle immagini prodotte all’estero, da professionisti stranieri, che - infatti - rappresentano la maggioranza assoluta dei nomi rappresentati nelle nostre agenzie d’archivio.
Il mercato, nel suo insieme, risente poi della stessa relativa contrazione propria degli altri settori. Tuttavia, sono il canale distributivo e l’approccio alla professione ad essere ancora poco sfruttati dai fotografi italiani.
Nel settore specifico, la concorrenza è particolarmente valida; ciò dipende dal fatto che, a differenza di quanto non si verifica per gli altri settori professionali, nel caso dell’immagine venduta tramite agenzia il cliente ha modo di confrontare direttamente la qualità del lavoro di più fotografi, paragonando il risultato delle loro prestazioni. Sul visore dell’agenzia vengono posti i servizi tre, quattro, dieci diversi fotografi; il cliente, in tutta comodità, sceglie quello che reputa il migliore per le sue esigenze.
Mediamente, la qualità dei servizi archiviati in agenzia è elevata, anche grazie al lavoro di pre-selezione svolto dalla stessa agenzia.
Il confronto sul piano tecnico ed espressivo si gioca quindi ad un buon livello, lasciando ben poco spazio per l’improvvisazione dilettantesca.
Ferma restando la necessità di una qualità elevata e di un’interpretazione intelligente delle esigenze del mercato, le possibilità di riuscita nel settore sono molto buone (oltre il 65%).
Giocano a favore del fotografo sia il tempo, dilatabile a seconda delle proprie esigenze e delle proprie capacità, sia il fatto che non occorre avere una particolare “grinta” commerciale, dato che il contatto diretto con il cliente viene gestito dall’agenzia, e non dal fotografo. Quest’ultimo fattore aiuta in maniera sensibile quei professionisti che, pur particolarmente validi sul piano tecnico e fotografico in generale, non sono molto portati per il contatto con la clientela e risultano spesso soffocati dall’intraprendenza commerciale dei concorrenti più decisi, negli altri settori fotografici professionali.
Come accennato, il maggior interesse sul piano economico deriva da un significativo “effetto volano” proprio di questo settore: una volta avviata l’attività (dai due ai cinque anni) non occorre lavorare continuamente per avere un gettito costante.
A differenza di altre attività fotografiche, per le quali sospendere il lavoro per un mese significa non incassare pressoché nella per quel periodo, per il free lance che lavori tramite agenzia i momenti di superlavoro e quelli di stasi si compensano sul medio termine, offrendo un surrogato di una certa stabilità economica.
Molto orientativamente (come si è detto, sono molti i fattori collaterali), sono circa 10.000 le immagini necessarie per poter cominciare a vivere di vendite. Con un livello medio di 25.000-50.000 immagini in fase di vendibilità, cioè non invecchiate con il trascorrere del tempo, si conta mediamente su di un fatturato di 50/60 stipendi-medi all’anno, dai quali vanno ovviamente sottratte le spese vive e le tasse (al netto, si viaggio ad una media di 15-20 stipendi-medi all’anno).
Il settore, fatte salve alcune eccezioni, non è ricchissimo, ma offre una stabilità che nessun altro campo di specializzazione può garantire.
Le possibilità di evoluzione sono legate in modo pressoché indissolubile all’effettiva capacità del fotografo, oltre che alla validità dell’agenzia o delle agenzie con cui si collabora.
E’ abbastanza difficile raggiungere una vera e propria fama, mentre sono discretamente alte le possibilità di superare anche considerevolmente le medie di guadagno accennate prima, specialmente se la propria produzione si orienta verso gli impieghi commerciali piuttosto che verso quelli editoriali.
Il maggior interesse sta nell’assoluta autonomia operativa, tanto in termini geografici quanto temporali. Il lavoro consente di conciliar altre attività, e di gestire il proprio tempo con dinamiche e cadenze molto più umane.
Si sottraggono a questa opportunità i free lance che scelgono di lavorare per l’editoria, da che i loro tempi di lavorazione si trovano ad essere - nei fatti - legati alle esigenze delle pubblicazioni ed alle dinamiche temporali dettate dal cliente.
Si tratta di un genere di fotografia ingiustamente giudicato di serie “B” da molta letteratura. Di fatto, gran parte del professionismo che non graviti sulle grandi città, poggia le sue basi proprio su questo genere di fotografia.
La fotografia di matrimonio o, in genere, per una clientela di privati (donde la definizione usata d’ora in poi come “fotografia per privati”) offre in realtà spazio e possibilità per eccellenti spazi di specializzazione, e per ragguardevolissimi obiettivi economici.
Mediamente parlando il settore ha un tempo di introduzione abbastanza snello, a patto di poter offrire una qualità effettivamente superiore a quella della concorrenza.
In positivo, rispetto ad altri settori, è il rischio molto minore di ostacoli e difficoltà aleatorie, non controllabili; in alcuni altri settori (editoria e moda in testa), oltre alla capacità professionale conta in buona misura la possibilità di avere il contatto buono al momento opportuno. Per la fotografia per privati, invece, questo fattore imponderabile ha una rilevanza molto inferiore, lasciando un maggiore spazio alla propria capacità.
Concretamente, il tempo di introduzione per un bravo operatore oscilla dai due ai quattro anni. Tenendo presente la fortissima stagionalità del settore (settembre e primavera i due “momenti forti”), il primo anno è sempre dedicato ad un approccio iniziale, di piccola penetrazione del mercato. E’ un buon risultato medio, per il primo anno, giungere ai 15-25 servizi.
Il secondo anno è quello maggiormente indicativo: un’attività valida e ben promozionata deve fare un balzo di almeno il 30% (20/35 servizi), in alcuni casi anche di più. Verso il terzo anno ci si dovrebbe assestare attorno ai 40-50 servizi, livello attorno al quale si può restare (se le proprie prestazioni sono di alto livello e quindi offrono una buona marginalità di utile), o dal quale si può lentamente ascendere, fino ai livelli per i quali si debba necessariamente servirsi di altri fotografi di appoggio, per l’impossibilità di seguire personalmente i matrimoni.
I tempi di introduzione possono essere rallentati da alcuni rari fenomeni di “baronia” di alcuni studi fotografici strapotenti, che tendono ad assorbire tutto il mercato.
In assoluto, tutta Italia.
Le zone del Sud sono più propizie di altre, sia per la tendenza della clientela a spendere anche cifre molto elevate per il servizio fotografico sontuoso, sia per una concorrenza di qualità mediamente non elevatissima.
Una piazza quasi altrettanto buona per questo settore specifico è il Triveneto.
A dispetto di ciò, va anche rilevato, tuttavia, che proprio al Sud e nel Triveneto si incontra la maggior parte dei professionisti più validi in assoluto, relativamente a questo genere di specializzazione.
Non elevatissimo, in partenza.
L’attrezzatura dovrebbe puntare sul medio od il mezzo formato, anche se alcuni operatori, specie della nuova generazione, si appoggiano anche a corredi 35mm.
Mediamente parlando, un corredo iniziale di valore pari a quattro o cinque stipendi-medi è sufficiente. In seguito l’ampliamento ed il miglioramento delle possibilità può portare a triplicare mediamente l’investimento minimo iniziale.
Il problema della saturazione è molto meno avvertibile in questo settore, rispetto ad altri. Pur essendo molti gli operatori, in assoluto, la possibilità di “scalzare” altri fotografi di qualità o di capacità promozionale scarse è ancora piuttosto alta.
Pur tenendo presente che il trend fino all’anno 2015 è di relativa contrazione del mercato, lo spazio è relativamente sufficiente.
Unica nota negativa, i fenomeni di strapotenza di alcuni professionisti molto ben introdotti nel tessuto locale, con situazioni molto simili al dumping.
Come in tutti i settori fotografici, si assiste ad una enorme disparità delle capacità degli operatori.
Esistono specialisti di eccezionale preparazione e cultura di immagine, che nulla hanno da invidiare a molti fotografi di moda o di reportage.
Nella media del settore, tuttavia, il livello professionale, culturale ed umano è basso, facilmente superabile da un professionista di effettiva capacità.
In diretta conseguenza al punto e), le possibilità sono eccellenti, e molto meno influenzate da fattori aleatori come fortuna o conoscenze personali.
Con una discreta preparazione tecnica ed umana, statisticamente riesce ad avviare normalmente l’attività oltre l’85% dei neo-professionisti di settore.
A dispetto di quanto non si creda in molti casi, le aspettative economiche del settore della fotografia per privati sono migliori di quelle proprie di altri generi di specializzazione.
Mediamente, il fatturato annuale si può indicare attorno ai 70 stipendi-medi / anno, con un utile lordo di circa 25-35 stipendi-medi / anno. Sono ovviamente possibili significative punte in eccesso rispetto alla media, e qualche caso di difetto.
Pagando correttamente le imposte, l’incasso si traduce in un netto di circa 15-25 stipendi-medi all’anno, anche se bisogna rilevare (e condannare) una diffusa evasione fiscale in questo specifico settore. Va rilevato che gli Uffici finanziari e la Guardia di Finanza hanno rivolto la loro attenzione con una certa specificità proprio nei confronti di questa categoria, potenzialmente atta a generare una sacca di evasione.
Il maggiore neo del settore è proprio la scarsità di sbocchi professionali. E’ possibile giungere ad esercitare la professione al massimo livello ammesso dal mercato, con soddisfazioni economiche decisamente superiori a quelli di altri professionisti; tuttavia, al di là di un progressivo miglioramento del proprio livello, il settore raramente permette differenziazioni di attività particolarmente interessanti. Per mutare genere di ripresa ci si deve affacciare ad altri settori professionali, ricominciando praticamente dalla “gavetta”.
E’ per questo motivo che molti professionisti nella fotografia di matrimonio si gabellano per “fotografi di moda”: si tratta di un sogno di differenziazione, abbastanza distante dal vero.
Il professionista serio trova certamente modo di rivalutarsi e di rivalutare la propria capacità anche in questo settore, che nulla ha da invidiare ad altri, più declamati (si veda l’apposito capitolo). Occorre prendere atto della possibilità di lavorare nella fotografia matrimoniale con gli stessi parametri espressivi, creativi e tecnici, che sono propri di altri settori professionali, dedicandosi quindi all’affinamento di tecniche e moduli espressivi, senza fossilizzarsi nell’immagine piatta e banale che basterebbe per lavoricchiare.
Molto soventemente si tende ad attribuire al genere del ritratto lo “spessore” di un settore professionale vero e proprio.
Questa tendenza deriva dal grande interesse che -normalmente - il fotografo nutre per la fotografia che ritrae le persone, indipendentemente dalla natura professionale od amatoriale dell’attività.
Di fatto, pur essendo il ritratto un significativo genere fotografico, non può correttamente essere definito come un settore professionale, intendendo come “settore” un terreno sul quale esistano regole promozionali e di mercato simili fra loro, tali che sia possibile orientare la propria attività professionale in quelle direzioni.
In sostanza, la fotografia di ritratto NON è un settore, ma semplicemente un genere che a sua volta rientra in diversi settori professionali veri e propri.
Il, ritrattista che di fatto lavori nella bottega di provincia e realizzi dei bellissimi ritratti alle persone del posto, rientra nella specializzazione di fotografia per privati (paragrafo 5).
Il ritrattista che fotografi modelle od aspiranti tali, e che realizzi immagini commerciali per cataloghi ed editoriali del settore della cosmesi, è un fotografo di beauty, e rientra nella casistica della fotografia di moda (paragrafo 3).
Il ritrattista che ami fotografare le persone nel loro contesto e nella loro vita, è un fotografo dedicato al reportage sociale (paragrafo 7) che può sperare di guadagnare di più differenziandosi un poco come free lance (paragrafo 4).
E così via.
I fotografi che vivono esclusivamente come fotografi di ritratto di personaggi famosi, e cioè i ritrattisti per eccellenza, sono decisamente pochi, e non rappresentano un “mercato”, od un settore di specializzazione. Si tratta di un orientamento specifico nato da altri settori professionali; per questo motivo, per l’analisi della dinamica di questo genere (e non settore professionale) si fa rimando alle altre voci contemplate in queste pagine.
Per reportage sociale e giornalistico si intende qui definire tutto il complesso di fotografie il cui intento è quello di “raccontare”; quindi, ritrattistica ambientata, reportage di cronaca, fotografia di documentazione, immagine di denuncia, servizi fotogiornalistici, e mille altri modi di servirsi della fotocamera per fare, sostanzialmente, del giornalismo.
Evidentemente, l’impiego principe di questo materiale è rappresentato dai canali editoriali (eventualmente ma non necessariamente raggiunti con la mediazione di un’agenzia). Per forza di cose, possibilità e limiti del settore sono legati alle sorti dell’editoria.
Raramente si tratta di tempi brevi.
Riferendosi al cursus medio, la situazione più comune in assoluto vede un periodo di “gavetta” anche di diversi anni, ed un’introduzione abbastanza faticosa, data la relativa povertà del settore e la difficoltà a pagare compensi decenti, specie in fase di attività nascente.
E’ sensato preventivare da quattro ad otto anni di attività in fase di rodaggio; in questo periodo si lavora, ma le soddisfazioni ed i compensi solo di rado sono particolarmente gratificanti.
Per sua natura, il settore implica una disponibilità al continuo spostamento.
La zone in cui si risiede, dunque, può favorire l’attività, se si tratta di una zona ben collegata, se vicina ai centri dove accadono i fatti più importanti, ove si concentrano le tensioni ed i problemi della società. Tuttavia, non si può parlare di zone che consentano l’esercizio dell’attività e di altre che l’impediscano. Di fatto, il fotoreporter più attivo si sposta tanto di sovente da rendere non determinante (nei limiti del buon senso) la scelta della sede di partenza.
Ovviamente, città come Milano e Roma sono preferibili, subito seguite da tutti i grandi centri. La preferibilità, comunque, è più che altro legata all’interesse della realtà locale (nei primi tempi della professione) ed alla facilità nei collegamenti (nella successiva fase di buon avviamento dell’attività).
Al di là di questo, ed accettando qualche disagio in più, ogni zona d’Italia non eccessivamente scomoda può andare bene.
Per sua natura, il reportage è il genere nel quale occorre il minor capitale di partenza, ed anche il genere nel quale più di sovente sono i guadagni realizzati a mano a mano ad essere reinvestiti, lasciando spesso il fotografo con scarse disponibilità economiche personali.
Per partire è sufficiente un’attrezzatura 35mm del valore di due/quattro stipendi medi.
Col passare del tempo è sensato migliorare la propria dotazione, ma ben raramente occorre immobilizzare dei veri capitali.
L’investimento maggiore, in assoluto, è in termini di tempo e di disponibilità personale. In questo senso , il costo deriva da un mancato guadagno; non è infatti rarissimo il caso per il quale il giovane reporter trascorre due o tre anni spendendo per la professione tutto quello che guadagna, facendosi nel frattempo mantenere dalla famiglia di origine o da altri introiti. In situazioni similari, pur non spendendo molto per l’attrezzatura occorre tenere presente che la mancata disponibilità ad esercitare un altro lavoro retribuito e senza spese significa - nell’arco degli ipotetici due o tre anni - “investire” 26/39 stipendi medi, che si sarebbero potuti guadagnare in altro modo, e che si sono invece sacrificati con l’accettare di lavorare con margini di utile minimi o quasi nulli.
La saturazione di mercato è sempre elevata, determinata dalla povertà del settore, più che dal numero di aspiranti reporter (pochi rispetto a quelli, ad esempio, che vorrebbero essere fotografi di moda).
Di fatto l’editoria - e ci riferiamo all’editoria italiana - paga poco, dovendo sopravvivere in un clima di frammentazione assolutamente patologico. I fotografi operanti nelle frange inferiori di tale mercato, dunque, si trovano ad essere compensati molto scarsamente, trovandosi con il lottare a prezzi concorrenziali di livello molto basso.
L’editoria internazionale ha, in diversi Paesi, una situazione meno sofferta, ma presenta - ovviamente - la concorrenza dei professionisti locali.
Molto elevata nelle grandi città, con - oltretutto - il significativo apporto di fotografi stranieri. Decisamente più aggirabile con i clienti delle città medie e di quelle piccole.
Avviare l’attività in modo da riuscire a sopravvivere con i proventi è relativamente semplice; orientativamente, sono il 60% le attività che riescono a salpare in questo senso.
Enormemente inferiore è il numero dei professionisti che, superando la soglia della sopravvivenza, riesca a trarre da questo settore soddisfazioni economiche e personali degne di nota. In questo senso, si è attorno al 5%.
Con l’incasso della vendita di una fotografia ad un quotidiano di diffusione regionale, ci si paga il pranzo in una trattoria non molto cara. Se il quotidiano è uno dei maggiori quotidiani a diffusione nazionale, col compenso di una fotografia si paga il pranzo per due in un ristorantino abbastanza modesto.
Per la frangia bassa e medio-bassa del settore, le aspettative economiche sono poco incoraggianti. Mediamente, il fatturato oscilla dai 20 ai 40 stipendi-medi / anno, con lo svantaggio di dovere sostenere spese spesso non indifferenti (utili lordi molto variabili, da 5 a 30 stipendi; conseguentemente, utili netti che vanno da poche lire a circa 20 stipendi medi).
Una volta avviata discretamente l’attività, diviene più agevole ripagarsi le spese.
Complessivamente, una buona attività di reportage giornalistico, con un buon giro di clientela, può contare su di un fatturato annuo di 40-70 stipendi-medi (l’utile netto oscilla molto in funzione delle spese, ma si può indicare sui 20-35 stipendi-medi / anno).
Buone possibilità, orientativamente in tutti i settori.
Interessante lo sbocco della collaborazione in forma giornalistica completa, cioè collaborando con testo e foto.
Da notare, comunque che è possibile l’iscrizione all’Albo dei Giornalisti in qualità di fotoreporter. Occorrono almeno due anni continuativi di collaborazione fotogiornalistica di qualità, e retribuita, compiuta per una o più testate il cui direttore responsabile sia a sua volta iscritto all’Albo dei giornalisti (all’elenco professionisti o pubblicisti, non all’elenco speciale).
E’ superfluo sottolineare l’interesse professionale di questa branca di specializzazione, forse la più dinamica, varia e coinvolgente in assoluto.
La fotografia naturalistica è un settore a cui è data importanza eccessiva, in rapporto alle sue effettive dimensioni di mercato.
Hanno giocato in tal senso sia il particolare interesse che viene sollevato nel fotoamatore, sia la riscoperta di natura e naturalità che, pur attraverso momenti e fasi alterne, incontra sempre una certa fortuna di pubblico.
Di fatto, le possibilità di sfruttamento delle immagini naturalistiche (animali, natura spettacolare, ecologia, biologia e botanica, eccetera) sono diverse ma non numerose.
Fatta salva una piccola sfera di impieghi commerciali, la maggior parte degli impieghi passa per la sfera editoriale, che abbiamo visto non essere particolarmente florida.
Uno degli aspetti che maggiormente va sottolineato in questo settore è il fatto che non esiste più uno spazio significativo per la sostanziale improvvisazione.
Inizialmente, in concomitanza con il primo “boom” della naturalità, il materiale fotografico veniva prodotto e pubblicato con una certa approssimazione. Pubblico ed editori non erano particolarmente smaliziati. Col passare del tempo si sono create delle vere e proprie sacche di specifica competenza, giungendo a stimolare produzioni fotografiche di qualità decisamente superiore.
Attualmente, e sempre più, non è possibile produrre della buona fotografia naturalistica senza avere effettivamente alle spalle una preparazione scientifica ed umana nel settore.
Il tempo di introduzione, così, diviene quello necessario non solo ad una semplice introduzione in ambito editoriale, ma anche e soprattutto ad acquisire una vera e concreta competenza di settore.
Non ha quindi molto senso parlare di tempi di introduzione medi: si oscilla dai due o tre anni (necessari per acquisire un minimo di capacità fotografica e di conoscenze di mercato) a periodi di dieci anni e più, quando si parta senza una vera formazione personale.
Sono inoltre numerosi i fattori aleatori.
Valgono le stesse considerazioni espresse per il Reportage sociale e giornalistico, con un ovvio riguardo per Milano (editoria) e per le zone con habitat interessanti (per i primi servizi, e per la realizzazione di immagini di supporto).
L’attrezzatura base dovrebbe contare su fotocamere ed ottiche di qualità superiore alla media; necessaria, inoltre, una più ampia accessoristica e, spesso, la realizzazione o l’acquisto di qualche apparecchio ausiliario (motori, winder, cellule, servo-lampi, trappole elettroniche, minuteria, apparecchi dedicati, ecc). L’investimento medio iniziale si sposta verso i 12-15 stipendi-medi, ovviamente suscettibile di risparmio in fase iniziale, e di stanziamenti ben maggiori in fase successiva, specie nel passaggio dal 35mm al medio od al grande formato.
A livello medio e medio-basso il mercato, più che saturo, dovrebbe essere definito impraticabile.
Il consistente numero di fotoamatori amanti anche della natura ha da tempo saturato il mercato per quello che riguarda l’offerta di immagini di livello inferiore o, comunque, non organizzate in servizi completi e ben documentati.
A livelli superiori di qualità e di documentazione la concorrenza non è eccessiva in termini assoluti, mentre lo diventa in relazione alla scarsità di domanda.
Infatti, indipendentemente dalla constatazione che il tema “natura” riscuote la simpatia di un vasto pubblico, specialmente giovane, di fatto gli impieghi commerciali non sono vastissimi, muovendo fatturati interessanti ma non enormi.
Come per altri settori, ma in maniera decisamente più marcata, nella fotografia naturalistica non c’è assolutamente spazio per l’improvvisazione, mentre si ha un buon assorbimento del materiale di qualità che, tuttavia, scarseggia.
Valgono le note espresse al punto d) ed al punto f).
Se l’attività viene gestita in abbinamento con una produzione di immagini più generiche e destinate al mercato commerciale, da contattare tramite agenzia d’archivio (vedi Free lance e tramite agenzia), le probabilità di riuscita media sono abbastanza favorevoli, di poco superiori al 55%.
In assenza di una buona differenziazione commerciale, il problema sta sostanzialmente nello scarso assorbimento da parte del mercato, che comporterebbe di dovere lavorare sottocosto o con margini di utili molto ridotti.
In questo panorama sono di fatto favoriti i fotografi naturalisti che, di fatto, si dedicano all’attività fotonaturalistica non tanto alla ricerca di un lavoro col quale sostentarsi, ma per dare corpo ai loro interessi nel settore; i mezzi per la sussistenza derivano da altre fonti, indipendenti.
In questa situazione, questi professionisti possono dedicare alla preparazione di ciascun singolo servizio tutto il tempo e lo studio necessari per realizzare un lavoro estremamente ben fatto, ed in maniera abbastanza svincolata dal compenso. Se si dovesse correlare il compenso al tempo impiegato, questo dovrebbe essere di entità eccessiva per la quasi totalità degli editori.
In campo naturalistico si trovano assai più frequentemente che in altri settori dei professionisti di questo genere; vivendo sostanzialmente di rendita o con proventi di natura diversa, la liberalità e la dedizione con la quale affrontano il lavoro diviene un fattore di concorrenza assolutamente significativo.
Di fatto, il riuscire a vivere di sola fotografia naturalistica - derivando da questa un guadagno decoroso e consentendo di sostenere le spese necessarie - è un traguardo possibile ma estremamente difficile a raggiungersi.
Concretamente, le possibilità sono due: 1) Differenziare l’attività (altro reportage, fotografia commerciale tramite agenzia, ecc.), in maniera da non dovere contare solo sulla fotografia naturalistica; 2) Dedicarsi esclusivamente alla fotografia naturalistica, se si può contare su altri introiti, indipendenti dal proprio lavoro.
Fermi restando gli aspetti citati al punto f), che non è possibile ignorare, limitandosi alla sola fotografia di natura il fatturato medio annuo può oscillare dai 10 ai 20 stipendi-medi. Sporadicamente, alcuni servizi particolarmente validi, rivendibili in diversi Paesi (attenzione alla concessione di esclusive complete!) possono innalzare il fatturato.
Chiaramente, anche per questo settore si verificano le eccezioni verso l’alto, per professionisti particolarmente affermati. Trattandosi, tuttavia, di casi sporadici, non è sensato tenerne conto in una valutazione realistica su cui basare la propria sussistenza.
Valgono le considerazioni espresse per la fotografia giornalistica (paragrafo 7).
Ovviamente, molto elevato. Ci si dedica alla fotografia naturalistica esclusivamente per interesse personale, e non certo per investimento o speculazione.
La fotografia di viaggio rappresenta in assoluto il settore più inflazionato.
Chiunque possegga una fotocamera automatica e si ritrovi fra le mani un biglietto aereo o ferroviario può produrre delle immagini di viaggio tecnicamente accettabili. Questa situazione ha generato una iperproduzione di immagini turistico-geografiche che ha depresso il mercato, saturandolo oltre i limiti accettabili.
Per ogni professionista effettivamente specializzato unicamente in fotografia di viaggio (una cinquantina in tutta Italia), migliaia di fotoamatori e centinaia di professionisti con altre specializzazioni hanno sfornato e sfornano servizi fotografici turistici, proponendoli a riviste ed agenzie, con effetto deleterio cui si accennava.
Al di là delle difficoltà accennate, il tempo di introduzione non è particolarmente lungo. Pur essendo molto alta la percentuale di insuccesso, se il lavoro parte con un rapporto di fiducia con la rivista o l’agenzia, i tempi per una media introduzione possono anche essere limitati a due o tre anni, dando ovviamente per scontata una buona conoscenza del settore.
Fatti salvi i problemi di rapporto con editori e quelli di comunicazione, che fanno favorire le città di Milano e Roma, tutte le zone d’Italia sono efficacemente sfruttabili come base.
Si tenga comunque presente che la componente dei costi dei viaggi è un elemento in grado di rappresentare una pregiudiziale. Fatte salve le produzioni fotografiche (spedizioni per “produrre” una serie di servizi) che mirino alla realizzazione di molte immagini fra loro differenziate, in tutti gli altri casi il rischio maggiore è quello che i costi di spostamento trasformino l’operazione in una iniziativa antieconomica. Aggirano questo ostacolo quei fotografi che - spesati dal cliente o in grado di viaggiare gratis per loro conoscenze - possano ridurre o annullare i costi di trasferimento.
Valgono le stesse note espresse al punto c) del paragrafo 4.
Come accennato, il problema della saturazione di mercato è uno dei maggiori elementi negativi del settore.
In assoluto, si è assistito ad una produzione eccessiva di materiale, a qualsiasi livello. Questo fenomeno ha sostanzialmente reso più difficile l’introduzione di nuove attività.
Si tratta di un fronte estremamente disomogeneo.
Oltre ad una notevole offerta da parte di amatori o da professionisti non specializzati, il mercato conta su di un forte apporto proveniente dai professionisti locali.
Se un fotografo italiano, per realizzare un buon reportage su New York deve affrontare un viaggio il cui costo va caricato al cliente od ammortizzato sui guadagni, il fotografo di New York ha molte più occasioni, in momenti ed in condizioni diverse, di realizzare servizi equivalenti con costi minori, diffondendoli poi in tutto il mondo, tramite agenzia d’archivio. Questa situazione vale per la quasi totalità delle località, ad eccezione di alcune zone prive di professionisti locali che, però, spesso hanno anche una vendibilità abbastanza ridotta.
Ovviamente, la stessa situazione vale in direzione opposta: il fotografo italiano è avvantaggiato rispetto all’americano nel realizzare servizi su Firenze e Venezia. Ciò che è importante, però, è non soffermarsi solo sull’Italia minore, da destinare a pubblicazioni che di fatto sfruttano l’ingenuità commerciale dei fotoamatori, ma puntare anche alla documentazione, di qualità, che possa interessare il mercato straniero (Stati Uniti, Giappone, ecc.), mirando a distribuire tali lavori tramite agenzia d’archivio (vedi)
Le possibilità di riuscita di un’attività basata esclusivamente sulla fotografia di viaggi con le sue destinazioni editoriali dirette è minima, stimabile attorno al 2-3%.
Decisamente migliore è l’ipotesi di un’attività equamente distribuita fra la produzione editoriale e quella d’archivio. In questa situazione, la percentuale di successo è attorno al 65%.
Le possibilità economiche di un’attività votata unicamente alla fotografia di viaggio sono limitate ad un fatturato annuo di circa 40 stipendi-medi. L’utile derivabile è enormemente influenzato dall’entità delle spese di viaggio (vedi punto b); in ogni caso, difficilmente l’utile netto supera un terzo della cifra fatturata.
Significativi miglioramenti si ottengono: 1) Con differenziazione dei servizi al fine di produrre immagine destinata all’archivio, per sfruttamento commerciale; 2) Realizzando servizi distribuibili e vendibili più volte, specialmente all’estero; 3) Riuscendo a lavorare su commissione per una rivista, e non su semplice indicazione di interesse. Il lavoro realizzato su commissione mantiene il fotografo sollevato di tutte le spese che abbattono invece pesantemente l’utile di chi (e sono la maggioranza) deve sobbarcarsi il rischio imprenditoriale della produzione delle proprie immagini.
Valgono le stesse note indicate al punto h) del paragrafo 7.
L’interesse professionale pare essere inversamente proporzionale alla redditività. Gli aspetti meno interessanti della fotografia di viaggio (immagini d’effetto, immagini commerciali, luoghi suggestivi ma “universali”, non riconoscibili) sono quelli che, destinati agli impieghi commerciali e pubblicitari, rendono maggiormente sul piano economico.
L’aspetto più interessante - e cioè la fotografia di documentazione, il reportage antropologico od etnografico, la scoperta di luoghi nuovi - sono quelli che rendono di meno, e sui quali sono spesso attivi validi professionisti le cui spalle sono economicamente coperte da introiti di altra natura.
Genere di scarsa notorietà, la fotografia d’architettura presuppone una certa sensibilità artistica ed una propensione reale per la materia in sé.
Elemento indispensabile o comunque utilissimo per un corretto inserimento nel mercato della fotografia di architettura è la preparazione settoriale effettiva, ed un discreto contatto con architetti, ambienti universitari, studi professionali, arredatori. Più che percorrere la strada dell’editoria specializzata (certamente da tenere presente, ma da non valutare come unica strada) è sensato il contatto diretto con i “produttori” dell’architettura, e cioè architetti e designers.
Più atipica è la situazione nel caso della documentazione dei beni artistici, spesso (a torto) affidata dalle Sovrintendenze a dei fotografi commerciali non particolarmente preparati, ma vincenti l’appalto sul fronte economico.
Molto frequente è poi l’infiltrazione “dall’interno”, che avviene per le numerose commesse di lavori fotografici da parte di Enti a dipendenti delle strutture stesse, dietro compensi vicini ad essere dei semplici rimborsi spese.
Per la fotografia di architettura in senso stretto, i tempi di introduzione oscillano fra i tre ed i sette anni, intendendo con questo termine puntare ad una buona penetrazione nel tessuto economico della propria zona, per quanto concerne il settore specifico.
Qualsiasi zona d’Italia con economia non depressa.
Sono favoriti gli insediamenti turistici (per la fotografia di interni e di arredamenti), i bacini delle grandi città (arredamento e design), le grandi città, soprattutto del nord (editoria), la città di Roma (personaggi). Qualsiasi centro abitato, meglio se ricco, ha poi una discreta nicchia di mercato per i servizi da offrirsi direttamente agli architetti, eventualmente desumendone gli indirizzi dall’Albo professionale, o dagli elenchi specializzati (pagine gialle alla voce Indirizzi Commerciali).
E’ necessaria un’attrezzatura di medio o di grande formato che permetta dei sufficienti movimenti di macchina. Su qualsiasi formato si lavori, occorre dotarsi di ottiche eccellenti, e di validi grandangolari. Fotocamere panoramiche o simili sono utili ma non immediatamente indispensabili; di grande utilità una propria camera oscura. L’insieme dell’attrezzatura può avere un’incidenza media di 12-15 stipendi-medi, anche se è possibile partire riducendo l’investimento ad un minimo di 3-4 stipendi (da incrementare al più presto).
Sono abbastanza pochi gli operatori validi sul piano della foto di architettura ed il mercato, pur se non eccessivamente frizzante per sua natura, non soffre della saturazione di altri settori.
Piuttosto avvertibile, invece, è la concorrenza introdotta dai non professionisti; vedi punto seguente.
Uno dei problemi più avvertibili del settore è la permeabilità all’infiltrazione di non professionisti.
Molti architetti, od i loro conoscenti o parenti, realizzano le documentazioni basilari “arrangiandosi” con la fotocamera; come accennato, molti Enti pubblici smistano lavori di documentazione sul personale dipendente, tendendo a risparmiare all’osso sui costi di realizzazione.
Di fatto, l’unica carta vincente in questo senso è quella di offrire servizi validi proponendosi proprio per quelle lavorazioni non raggiungibili da uno sprovveduto. L’amico dell’architetto potrà realizzare qualche immagine di documentazione sommaria dell’avanzamento dei lavori, ma difficilmente - ad esempio - potrà offrire un lavoro egregio fotografando dei plastici in scala, o realizzando dei fotomontaggi per inserire l’immagine del plastico nell’ambiente reale; ancora, difficilmente potrà realizzare delle immagini impeccabili sul grandissimo formato, o fare delle stampe murali di qualità superiore, o realizzare delle riprese notturne con pose multiple di bilanciamento, o degli interni con il controllo del termocolorimetro, e così via. La concorrenza sleale è battibile su questi terreni, non su quelli più semplici.
Dedicandosi alla sola fotografia di architettura, la probabilità di riuscita non supera il 25%.
In abbinamento ad altri generi collaterali (arredamento, industriale, commerciale, reportage, ecc) si sale a circa il 60%.
Mediamente è difficile che un fotografo non “famoso” si assesti a livelli di molto superiori ai 45 stipendi-medi / anno di fatturato.
Positivo l'aspetto legato alle spese generali, inferiori rispetto altri generi di specializzazione.
L’utile lordo annuo oscilla fra i 20 ed i 30 stipendi-medi, per un netto oscillante fra i 15 ed i 20 stipendi-medi.
Incrementi abbastanza significativi possono essere ottenuti a fronte di commesse di lavoro per documentazioni ampie. Si tratta di operazioni che esulano dalla media della gestione e che, dunque, non possono essere conteggiate come introiti standard.
Sono legate alle conoscenze personali maturate durante l’esercizio dell’attività.
Le maggiori opportunità sono purtroppo legate alle collaborazioni editoriali.
Come altri settori, la fotografia di architettura non rappresenta quasi mai un’operazione legata al lucro, ed ha la sua ragion d’essere proprio nell’amore per la materia in sé stessa.
Esistono in realtà molti altri settori che, di fatto, rappresentano semplicemente una specializzazione di altri campi, essendo piuttosto vicini - per limiti e possibilità - ad altri generi molto più diffusi.
Sinteticamente:
* Le indicazioni della fotografia commerciale (paragrafo 1) sono valide, a grandi linee, anche per:
* Le indicazioni della fotografia pubblicitaria (paragrafo 2) sono valide, a grandi linee, anche per:
* Le indicazioni della fotografia di Moda (paragrafo 3) sono valide, a grandi linee, anche per:
* Le indicazioni della fotografia per Privati (Matrimonio, paragrafo 5) sono valide, a grandi linee, anche per:
* Le indicazioni della fotografia di Reportage e giornalistica (paragrafo 7) sono valide, a grandi linee, anche per: